Il condottiero della Lazio sarà processato per un colloquio al telefono con il suo datore di lavoro Claudio Lotito dove, secondo l’accusa, sarebbe venuto meno l’obbligo della lealtà sportiva, un atto di «imputazione» che potrebbe costargli anche una pesante squalifica (oltre due mesi).
I fatti riportano l’orologio indietro di 18 mesi (17 aprile 2006): i protagonisti (Rossi e Lotito) accendono il telefono. «Stamattina ho sentito Galliani - dice Lotito - loro stanno lavorando»; «Noi dobbiamo sentire il Lecce - risponde Rossi - che devono venire ammorbiditi». L’accusa non ha dubbi: «ammorbiditi» nell’avviso della procura Figc si traduce «in un tentativo senza esito» del tecnico di «indurre il presidente Lotito ad assumere iniziative nei confronti dei dirigenti del Lecce tese ad influenzare la prestazione tecnica della squadra in vista della partita di campionato del 30 aprile 2006».
Il patron biancoceleste Lotito da’ la sua versione. «Ma come si può pensare che un uomo integerrimo come Delio possa solo minimamente fare una mossa del genere. Parlavamo di Ledesma, di un giocatore del Lecce che, infatti, poco dopo è arrivato da noi: loro, i pugliesi, volevano 10 milioni di euro, Delio mi invitava ad ammorbidire la loro richiesta economica ritenuta, giustamente, troppo alta per un club già retrocesso in B». Stupore e rabbia. Lotito ricostruisce «allibito» il colloquio al telefono. «Sì, ho parlato di Galliani perché dovevo cercare un’alternativa se fosse tramontata la trattativa con il Lecce». Il tono di Lotito è pacato, ma secco. «Basta con queste intercettazioni estrapolate da un contesto generale. Le mie battaglia per la morale nel calcio le conoscete e le conosce anche Delio, un tecnico al di sopra di ogni sospetto. Parlavamo di mercato, credevo che lo avessero capito anche gli uomini della procura della Figc quando mi hanno ascoltato. Se Rossi avesse voluto avrebbe potuto parlare direttamente con i dirigenti leccesi: lui là ha lavorato e là lo adorano».